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Educare è la mission, ma il punto di partenza?

Vorrei porre l'attenzione riguardo la capacità di apertura verso l’altro che vogliamo incontrare: abbiamo già un progetto entro cui tutti devono stare, oppure siamo così desiderosi che qualsiasi persona ci incontri possa trovarsi “a casa” nella relazione informale ed educativa che si può instaurare?

Una provocazione che in realtà non sconvolge più di tanto, a livello formale, perché chiunque si trovi impegnato nell’azione educativa sa quanto sia importante far sentire l’altro accolto… ma appunto, a livello formale!
Ho lavorato per 12 anni in oratorio come direttore (una figura presente a livello diocesano a Milano) e vi assicuro che passare dalla teoria alla pratica in campo educativo è uno degli esercizi più difficili al mondo, proprio perché all’interno della relazione educativa ci stanno due persone, ciascuno con una storia, un vissuto, un modo di percepire la realtà differenti. Un mio amico teologo dice che insegnare teologia è una scienza, agire nella pastorale è un’arte!
E nell’arte sappiamo che ciascuno può essere interprete di nuove strade, può attingere al pozzo sempre ricco di idee della fantasia, che nella vita cristiana ha un nome ben preciso, Spirito Santo.

Dicevamo, del punto di partenza: significa poter avere un linguaggio comune, per esempio, per poter dialogare. Non è scontato, e forse oggi più di qualche anno fa, che le parole abbiano per tutti lo stesso significato. Prendiamo per esempio la parola “pace” oppure la parola “oratorio”: due termini che in diverso modo entrano nel campo educativo della comunità cristiana, ma che possono rivestirsi di immagini e suggestioni differenti.

Quante volte, soprattutto con i genitori dei bambini dell’iniziazione cristiana, ho tenuto degli incontri in cui le mie parole suscitavano indifferenza, riflessione, ammirazione, contrarietà: tutto nella stessa riunione! A volte semplicemente perché avevo da dire alcune idee che mi sembravano belle, ma che non tenevano conto della situazione in cui si trovavano le differenti famiglie.

C’è una parola tecnica che conoscono bene i missionari e che vorrei approfondire in questi articoli: la parola è inculturazione, cioè comprendere la cultura in cui siamo immersi, i simboli con cui i giovani parlano, vivono, si esprimono, per poter dire qualcosa di significativo per l’oggi! Forse abbiamo lasciato perdere questo lavoro pensando che in fondo siamo anche noi in questa cultura e quindi conosciamo bene i linguaggi di oggi: ma realmente la conoscenza della nostra cultura fa parte dei nostri cammini educativi?
Non si tratta solamente di utilizzare alcuni mezzi della tecnologia di oggi, certamente efficaci come strumenti di comunicazione,oppure di sfruttare alcune tecniche del linguaggio della pubblicità o delle relazioni pubbliche (quanti corsi in ambito lavorativo per risultare graditi al cliente!!!) si tratta di dire il vangelo nella nostra cultura, a partire dalla quotidianità della vita, soprattutto dei giovani.
Parole come “Evangelizzare”, ritorno al “primo annuncio della fede cristiana”, cammini di “iniziazione cristiana per adulti”, hanno senso se partono dall’ascolto delle persone che vivono accanto a noi, perché così riusciranno ad ascoltare un annuncio per loro, e non una parola generica buttata nella massa!

Chiudo recuperando quanto fatto dai cristiani del IV secolo,quando l’editto di Cosatantino ha permesso l’edificazione di luoghi di culto e la libertà religiosa ai cristiani. Come hanno cercato di annunciare al mondo pagano il vangelo? Usando gli stessi simboli del mondo pagano: messaggio cristiano e simbolo pagano permettevano a chiunque di percepire la novità cristiana. Un esempio su tutti: l’edificio del mausoleo, quindi un edificio funebre, trasformato in battistero, utilizzando la stessa geometria, la stessa architettura, con un messaggio opposto. Nel mausoleo entri e trovi la tomba e sopra la tomba, nella cupola, c’è il foro che rappresenta il lontano mondo di Dio; nel battistero, al posto della tomba c’è la vasca battesimale e al posto del foro c’è la croce di Gesù, il Dio lontano “pagano” che si è fatto vicino, anzi, guardando nella vasca, la croce di Gesù dipinta o rappresentata in un mosaico della cupola, la ritrovi sotto i tuoi piedi! Un annuncio Pasquale che non toglie nulla all’evento di morte e resurrezione di Gesù, e al tempo stesso detto con il linguaggio di quel momento.
Anche un pagano coglie al volo la differenza ma perché hai usato la sua grammatica!

Ottavio

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