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Non quale facoltà frequentare, ma chi vuoi essere da grande?

di Marco Pappalardo

In questi giorni si fa un gran parlare di università e test per le facoltà a numero chiuso.

Per le strade delle città universitarie si vedono giovani fuori sede alla ricerca di una camera in affitto con giornali specialistici in mano, frammenti di appunti con numeri di telefono, mentre altri più fortunati hanno già trovato qualcosa e sono in fase di pulizie e trasloco con tutta la famiglia accanto. Diversi studenti lasciano le proprie città per trovare di meglio, per puntare all’eccellenza e anche per sfuggire al clima che respira da sempre. Detto questo uno dei problemi è quello della scelta della facoltà che solo in parte è pesata a lungo a cominciare dai primi anni delle scuole superiori. Una piccola parte dei ragazzi è convinta della strada da percorrere senza aver dubbio alcuno sulla scelta fatta. Altri desiderano frequentare certe facoltà per una questione di status e di prestigio, tanto che c’è chi considera già l’iscrizione come un grandissimo successo. Poi ci sono coloro che ritengono la facoltà scelta come la sola strada per ottenere un buon lavoro, chi spera che almeno l’ambiente universitario sia un luogo di divertimento e chi parte già con l’idea che perderà tempo. Una volta che si decide per l’università bisogna poi capire quale sia il percorso di studi più adatto e qui comincia il giro delle consultazioni, spesso con risposte l’una diversa dall’altra, tutte ben motivate e che in media finiscono tutte con la frase “comunque io non ti voglio influenzare, tu sei grande, tocca a te scegliere”! Chi entra dunque in gioco? Pesano i consigli degli amici e le aspettative e i suggerimenti di mamma e papà. Al terzo posto si piazza un calcolo ragionato sulla situazione del mercato del lavoro, poi l’elemento dell’interesse verso una particolare facoltà e le proprie propensioni. Con i numeri, le tabelle, i calcoli potremmo continuare, ma ci siamo stancati un po’ di girare attorno alla questione più importante, o meglio, sapendo bene che ciò che conta è altro, abbiamo voluto solo dimostrare che spesso i ragazzi al momento di una scelta tale si trovano a naufragare in mezzo a tutti questi discorsi. Cosa manca allora? Non abbiamo detto tutto sulle tensioni di questi giorni? È evidente che in tutto questo non c’è il cuore! Non si parla della passione per la vita e per lo studio, non ci sono i sogni e i desideri, dov’è la voglia di essere da grande questo o quello? Non solo ci vuole pure un richiamo reale alla vita dell’universitario, magari dicendo con coraggio e chiarezza che saranno anni belli ed impegnativi, con relazioni intense con i colleghi studenti e con gli insegnanti, con scoperte arricchenti nello studio attendo e critico delle materie. Tutto questo è vero anche per i tanti che oggi tendono a vedere soprattutto quello che non va. Ci si lasci dunque provocare dalla curiosità di conoscere nuove cose, persone, luoghi, culture, idee, scoperte scientifiche, relazioni speciali, contenuti inaspettati, ci si lasci ancora condurre dalla sana paura di iniziare qualcosa di nuovo che è proprio il cuore a cercare, ci si lasci aiutare nella scelta da chi ci vuole bene, ma soprattutto cerca il nostro bene e ci sta accanto costantemente rispettando la nostra libertà. Infine c’è ancora un gradino, qualcosa che slancia verso l’alto e fa prendere il largo, qualcosa da un milione di euro e molto più: mettere il cuore nella scelta della vita universitaria significa confrontarsi anche con i desideri più grandi e profondi della persona. Si può così trovare una direzione nuova lungo la quale cercare il senso della vita e quindi dei percorsi di vita autentici o meglio dei passaggi essenziali verso la ricerca onesta del senso della vita e della felicità. Se la chiave sta qui, si tratta di cercare in questa direzione, e allora, coraggio e buona ricerca!
» 1 Commento
1"ottimo articolo"
a martedì 18 ottobre 2011 09:46da lorenzo93
Ottimo articolo, ciò che manca oggi secondo me è la voglia di studiare, la fantasia e l'importanza che una volta si attribuiva allo studio, e questo solo a causa di un motivo semplicissimo: ogni cosa viene concepita sotto un punto di vista materialistico, utilitaristico, mentre lo studio dovrebbe essere inteso come fine a sé stesso...studiare per conoscere, studiare per sapere e non per trovare lavoro o fare bella figura. La conoscenza deve essere fine a sé stessa. 
p.s. sono uno studente di quinta liceo.
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