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In molte esperienze la lotta spirituale è quotidiana

di don Nicolò Anselmi

Il primo incarico che il card. Giovanni Canestri, il vescovo che mi ha ordinato presbitero il 9 maggio 1992, mi affidò, fu quello di vice parroco nella parrocchia S. Pietro alla Foce.

In quella comunità ho incontrato tante persone, giovani e adulti che, a cominciare dal parroco e dagli altri sacerdoti presenti, mi hanno aiutato tanto, mi hanno voluto ed ancora oggi, mi vogliono tanto bene… ed io a loro
In quegli anni mi fu chiesto di seguire le attività giovanili delle parrocchie della zona. In una parrocchia confinante con San Pietro era presente una casa famiglia fondata da una comunità di suore. La suora responsabile spesso partecipava alla S. Messa feriale nella mia parrocchia; un giorno mi invitò a cena affinché conoscessi le “sue ragazze”, 12 giovani che i tribunali dei minori di mezza Italia le avevano affidato. Dopo quella cena iniziai a frequentare in modo abbastanza sistematico quella comunità; lo feci per circa 7 anni. Andavo alla Casa Famiglia quasi ogni settimana, a cena, e mi trattenevo per fare degli incontri di catechesi con le giovani; ad alcune di loro ho insegnato a sciare perché le ragazze partecipavano ai gruppi ed ai campi invernali ed estivi delle parrocchie della zona; i giovani universitari della parrocchia aiutavano le ragazze, specialmente le straniere, a fare i compiti; fra una radice quadrata, un logaritmo ed una traduzione, negli anni sono sbocciate non poche amicizie.
Vorrei ringraziare quelle ragazze e quelle suore perché mi hanno introdotto, fin dai primi anni del mio sacerdozio in una realtà che in fondo non conoscevo. In quegli anni ho ascoltato il racconto di omicidi, di droga, di prostituzione, di violenza; ho avuto anche l’occasione di incontrare i genitori che venivano a trovare le ragazze; spesso si trattava di persone segnate da sofferenze incredibili. Da loro ho imparato a non giudicare con superficialità, a distinguere fra la persona ed i suoi gesti, a separare il peccato dal peccatore, a credere sempre di più nella Resurrezione di Gesù e quindi degli uomini.
Il territorio del vicariato in cui successivamente sono stato trasferito accoglieva il carcere femminile; il Direttore del carcere, mi chiamava talvolta per la celebrazione della S. Messa in sostituzione del cappellano, ma anche, insieme al “gruppo giovani”, per alcune serate di festa; a questi momenti in genere partecipavano tutte le detenute, anch’esse spesso molto giovani. Anche tra quelle sbarre ho ascoltato storie incredibili, ho percepito una grande sete di amore, ho imparato molte cose.
Dopo quei primi anni ho cercato di frequentare sempre luoghi di quel tipo, dove la speranza è tutto; ho cercato di offrire sempre, per quanto potevo, la mia disponibilità ai giovani che erano caduti nelle trappole della droga; ho tentato di portare Gesù nei mondi della sofferenza interiore, profonda, scoprendo che in realtà il Signore mi aveva preceduto, era già lì, in attesa che qualcuno gli imprestasse la voce, lo aiutasse a diventare parola e pane. I doni che ho ricevuto e sto ricevendo nella mia vita sono tanti, tantissimi: non ringrazierò mai abbastanza.
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