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Società dello spreco e cultura del rifiuto

di Carlo Bielleni

“Sprechi alimentari: indagine ADOC, le famiglie buttano nel cassonetto 561 euro l'anno, il 10% della spesa totale” è il titolo di un’indagine del Sindacato dei Consumatori pubblicato l’anno scorso...

...che ci fa riflettere sulle nostre feste e sui nostri recenti cenoni e che ci muove ad una considerazione sull’etica del consumo, certamente controcorrente rispetto al moralismo dilagante. Anche quest’anno le cose non sono molto diverse: il titolo “ Milano butta via ogni giorno 180 quintali di pane” (Corriere della Sera, 3 gennaio 2010) ci dà materiale per riflettere su un fatto semplice, cioè che è facile scandalizzarsi e magari piangere per solidarietà, ma è più difficile capire il vero punto della situazione, cioè che non “siamo nella società dello spreco” (versione buonista-moralista) ma che “siamo nella società del rifiuto”.

Il vero punto è la nascita del concetto di rifiuto, mai esistito nella storia; è capire che il punto è non che “chi acquista e compra senza ragionare spreca”, ma che si produce proprio per far buttare via: dai supplementi dei giornali agli imballaggi, dagli attrezzi che conviene più buttarli che accomodarli, fino alla colpevole e dolosa mancanza di istruzione e di alfabetizzazione all’uso, al godimento dell’oggetto non solo finché “mi fa piacere”. L’idea di “rifiuto” è un’idea postmoderna, che nasce quando si è iniziato a pensare che qualcosa possa non aver un senso, nella società che afferma che nulla ha senso e che tutto arriva per caso e che in tutto deve prevalere la legge non della logica solidarietà ma quella del più forte. E tutto è rifiuto: dalle pesche con una macchia al grappolo d’uva con un chicco schiacciato; dalla scatoletta di carne che potrebbe durare molto ma molto di più della scadenza al libro con una piccola piega in copertina, tanto che i bambini si rifiutano di mangiare la banana con un piccolo segno nero, o la ciliegia con un graffio dovuto alla grandine.

E tutto è rifiuto nei rapporti tra noi, che finiscono, sono destinati a finire inequivocabilmente, ineluttabilmente, senza speranza, anche se, quando nascono, tutti giuriamo che non sarà così. Il figlio diventa rifiuto dei genitori non solo se è concepito con un cromosoma in più (anche quelli cui il cromosoma in più non nuoce alla salute, ma tant’è la paura…) ma anche se non è il primo della classe o il primo portiere della squadra del quartiere; i genitori sono rifiuto per i figli quando iniziano a pesare perché loro (i genitori) ne hanno fatto uno solo di figli (“amore mio, così avrai tutto dalla vita”) e ora il figlio unico si sorbisce il peso da solo dei due anzianotti non autosufficienti che invece di pensare ad una famiglia numerosa con i figli che potevano venire, ne hanno scelto, desiderato, voluto solo e soltanto uno… i due anzianotti che d’altronde nessuno insegna a rispettare: già, perché si rispetta (ed è “persona”, per certi filosofi) solo chi è autosufficiente, chi è autonomo; se non sei autonomo, non sei dei nostri, e allora è tutta una corsa a tingersi e camuffarsi da “giovani”, perché quando la gioventù finisce, come nel libro “Diario della Guerra al Maiale” di Adolfo Bioy Casares (Ed Cavallo di ferro, 2007), in cui si scatena la “caccia al vecchio”, il vecchietto inizia a pesare a tutti, fino alla creazione di una società che fa sentire al vecchietto di pesare perfino a se stesso (non è giovane e allora che ci sta a fare?) e domandare democraticamente e autonomamente (per carità!) di togliere il disturbo.

Insomma, le eccedenze alimentari non sono sempre esistite: solo negli ultimi anni si è pagato i contadini per lasciare il campo incolto, per schiacciare e buttare pomodori e arance. Perché è la società del rifiuto, dell’incapacità a capire che tutto ha un senso e un impiego, non che si può “riciclare”, ma che si può accomodare. Si ricicla un matrimonio col divorzio o col rancore che finge di non esserci ma c’è; ma si accomoda un matrimonio col perdono. Ma chi parla più di perdono quando pullulano libri e film che (dopo millenni di esecrazione fortunata per il genere umano) riportano in auge la vendetta come valore e mito? Le eccedenze alimentare e i rifiuti sono un’invenzione della società che ha il culto fobico della perfezione, sono un segno e un simbolo di una società che non ama se stessa e quello che ha intorno, e non sono il problema, ma un sintomo, come la febbre o le macchie sulla pelle; per questo, come non si deve cercare di far sparire le macchie ma la causa, così è ragionevole e sensato riprendere ad usare l’arma più forte che abbiamo: la capacità di giudizio sul modo che abbiamo di trattare le cose e soprattutto sul significato e valore stesso delle cose: scopriremo che tutto ma proprio tutto, anche le cose-scarto e le cose-rifiuto hanno un valore che di certo stiamo perdendo.

tratto da www. loccidentale.it

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